Alla scoperta dei campioni del K1

Combattere o Fuggire. In una situazione di pericolo il nostro corpo da una risposta neurale-fisiologica che si traduce con una di queste due azioni. Ormai conosco qual è la mia reazione alle percosse che arrivano dal ring e da questo sport: anni di pratica e di match mi hanno forgiato, mi hanno messo alla prova, mi hanno mostrato cosa sono in grado di sopportare e come sono in grado di reagire. Ma il passato non basta, il bello di questo sport è il dover, agli altri come a se stessi, dimostrarlo, sempre.

Le sensazioni che si provano nel corso della propria carriera da fighter sono dinamiche, come il movimento di un pendolo, oscillano tra quella di onnipotenza e quella di insoddisfazione per non aver fatto abbastanza, di non essere all’altezza della grandezza dei propri sogni, in una scalata verso l’alto, verso nuove sfide, che sembra non terminare mai. Il giorno del primo sparring pesante , il momento dell’allenamento dove si fa sul serio e le botte sono più simili a quelle che si prendono nel giorno del match, in una palestra nuova in cui ci sono alcuni tra i migliori atleti al mondo, dove nessuno parla la tua lingua e tu non sai assolutamente cosa aspettarti è uno di quei momenti dove tutto è nuovamente in discussione e tu hai tutto da dimostrare.

E’ questa incertezza mista a entusiasmo che mi accompagna nel viaggio in treno, di un’ora circa, verso la palestra, dipingendo lo stesso a tinte surreali dove la mia mente vaga in tutti gli scenari possibili saturando il mio corpo di adrenalina. Ma è ora di tornare alla realtà: sono in palestra, il riscaldamento è finito, il sensei Masakazu Watanabe, mi dice “ Today strong sparring”. Lo sapevo già, è ora di fare sul serio. Mi mette in coppia con Masumoto “Gori” Shoya un fighter un po’ più basso di me ma con delle mani pesantissime che ha partecipato più volte al Krush, uno dei tornei di spicco giapponesi. Il primo round è ancora di riscaldamento e ci viene detto di andare leggeri, cosicché io inizio a muovermi molto combinando leggero, ma in velocità per chiarirgli subito di non sottovalutarmi, ma sopratutto per prendere bene le distanze e scaricare un po’ di adrenalina fin lì accumulata; lui invece, stranamente, sembra passivo e non porta molti colpi.

Il secondo round viene finalmente dato il comando: “ Strong Sparring”. Incredibilmente il secondo round si svolge come il primo e riesco quindi a mettere a segno un gran numero di ottime combinazioni senza dargli la possibilità di rispondere grazie alla mia mobilità, se non per un paio di ganci pesanti ma che riesco ad assorbire. Il terzo round sono già stanco, in parte ho speso molto sia nei due round appena combattuti e in parte gli allenamenti intensi dei giorni precedenti si iniziano a far sentire, ma riesco ancora a fare un minuto fatto bene. Poi semplicemente le botte. Masumoto continua ad accorciare la distanza, io cerco di tenerlo in clinch, ma mi dicono di lasciare appena porto la ginocchiata per far riprendere l’azione, allora me lo ritrovo attaccato che mi tira una serie di ganci devastanti ai quali non ho la forza di rispondere. Ma non fuggo, combatto. Cercando di chiudermi alla meno peggio, riesco a recuperare quel tanto che basta per riuscire a muovermi e rientrare in maniera decisa. Questo schema si protrarrà fino a fine round: lui accorcia, io vengo toccato duramente, riesco a resistere, mi muovo, rientro finché non ne ho più e tutto ricomincia.

Il round e lo “Strong sparring” per oggi finisce qui, o almeno quello ufficiale. Me la sono cavata e ho dimostrato che per quanto duramente venga colpito non mi arrendo e non mi faccio atterrare, anzi continuo a rispondere. Ovviamente il pendolo al momento non è per nulla su onnipotenza ma più che altro su insoddisfazione, quindi continuo a girare altri due o tre round a contatto leggero con gli altri ragazzi che aspettano il loro turno di sparring pesante, con l’intento di aumentare la mia resistenza aerobica e distrarmi dalla frustrazione per aver preso tutto quei colpi.

Dopo questi round decido di cedere alla stanchezza e di fermarmi, e qui arriva la sorpresa mi trovo davanti Hirotaka Urabe, più volte Campione del K1 World GP, massimo torneo giapponese di K1, e del Krush. Si rivolge a me e mi dice in tono provocatorio “finish”? Io ci penso e gli dico che ci sto a farne un’altra, per vedere all’opera un campione si trovano sempre le energie e poi non voglio essere da meno degli atri che continuano a fare sparring. L’unico problema è che decide di non fare light sparring e, approfittando della mia stanchezza, decide di prendermi a ginocchiate in faccia e quant’altro. Non ho ancora capito che tipo di messaggio volesse mandarmi in questo modo… forse che non bisogna fermarsi, forse aveva visto i miei round di sparring pesante e voleva farmi capire che anche se si è stanchi bisogna aver la forza di difendersi intelligentemente, forse semplicemente voleva vedere di che pasta ero fatto e se sarei tornato il giorno dopo o forse è il buon vecchio caro nonnismo che ogni tanto, fortunatamente sempre meno, fa capolino nell’ambiente degli sport da combattimento.

In ogni caso finisco il mio round cadendo più volte ma rialzandomi sempre e vado a cambiarmi distrutto, sconvolto dalla sessione di allenamento ma deciso a tornare l’indomani e a dimostrare che al prossimo sparring avrei detto la mia. Perchè, ormai, tra combattere e fuggire conosco la mia risposta.

Danilo Bellomo

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Categoria
KICKBOXING

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