Renato Subotic tra i successi del FFT e il futuro: “Tornerò a combattere. I miei atleti sono tutto per me”

Intervista a Renato Subotic, creatore del Family Fight Team

Nell’intervista che vi proponiamo raccontiamo una storia che si staglia nel panorama delle MMA italiane. Ovvero quella di un fighter che ha consacrato il suo tempo, il suo impegno, il suo sacrificio e tutto il suo lavoro nel proprio team e nelle nuove generazioni di atleti che muovono i primi passi in questa disciplina.

Parliamo di Renato Subotic (2-0 Pro), fighter attualmente “in quiescenza” per quanto riguarda gli incontri che lo vedono protagonista. Un passo indietro forzato dagli infortuni ma sui cui ha pesato anche la decisione di far crescere e portare a traguardi importanti il “suo” Family Fight Team, sempre di più.

Sì perché la creatura di Subotic nasce 7 anni fa dal niente, in una realtà di provincia come quella di San Canzian D’Isonzo, ridente località di seimila anime in provincia di Gorizia. Il giovane fighter ha mosso i primi passi sul tatami del karate per poi approdare alle MMA dopo essersi messo alla prova anche nel Brasilian Jiu Jitsu, nel K1, nel pugilato e nel grappling. Ha costruito con pazienza certosina e ineludibile sacrificio che comporta una impresa del genere una realtà che è cresciuta in maniera esponenziale.

Il Family Fight Team solo quest’anno ha portato a casa grazie ai suoi giovani atleti e al lavoro di Subotic e di tutta la squadra il Campionato Italiano FIGMMA, per il quale sono saliti più volte sul podio negli anni precedenti, la Tappa National MMA Team Trials 2018 e la Coppa Italia come squadra pochi giorni fa. Come se non bastasse il FFT può vantare una  cintura dilettanti nei leggeri nella prestigiosa promotion britannica Cage Warrior, grazie a Emanuele Palumbo, altro atleta del vivaio di Subotic.

Una messe di successi che premiano il duro lavoro del fighter che ha voluto fondare e plasmare una famiglia allargata. Non solo un gruppo di lottatori che si allenano ed ogni tanto – o meglio, spesso – vincono. In questa lunga intervista (prendetevi qualche minuto, ne vale la pena) ci racconta la genesi di questo progetto e i valori che lo animano. Inoltre ci parla della sua esperienza negli USA alla corte del prestigioso Team Alpha Male di Urijah Faber, del perché è importante partire dal dilettantismo nelle MMA ed anche del suo futuro come fighter.


Renato Subotic: “Mi dedico anima e corpo ai miei ragazzi”

FZ: Quest’anno vi siete laureati Campioni d’Italia ai Tricolori FIGMMA dopo i podi degli scorsi anni (e recentemente c’è stato anche il successo ai National MMA Team Trials 2018). Alla luce di questi risultati pensi personalmente di esserti realizzato come uomo di sport, più che combattere nella gabbia e tentare la carriera individuale?

Subotic: «Anzitutto grazie per l’intervista e per concedere questo spazio al nostro Team, anzi la nostra Famiglia, che combatte ogni settimana sia in Italia che nel resto del mondo (con ragazzi prodotti nel mio vivaio).
Ultimamente ci siamo qualificati Campioni Italiani in qualità di Team per la Figmma, e domenica 9 dicembre abbiamo conquistato anche la Coppa Italia della Federazione. Perciò, oltre a dimostrare il fatto che siamo il miglior team del Paese grazie ai campionati, ci siamo confermati anche in un’altra competizione di prestigio. Questo significa che i nostri risultati non sono frutto della fortuna, del caso, del momento: quando ti riconfermi vuol dire che ciò che stai facendo è la cosa giusta. La tua è una bella domanda: a livello di coach sto ottenendo dei risultati davvero importanti, mi dedico anima e corpo ai miei ragazzi, dalle sei di mattina alle dieci di sera – ogni giorno.
Pochi sanno che noi proveniamo da una realtà difficile sia a livello economico che per quanto riguarda l’aspetto sociale. Ecco perché questo team rappresenta per i ragazzi una vera e propria famiglia.
Ti confesso però che non chiudo occhio molte notti, perché ho una tale fame di combattere… tante volte mi rigiro nel letto, non riesco a dormire da quel fuoco che ho dentro di me e che mi spinge a tornare in gabbia. So che in Italia pochi potrebbero tenermi testa. Mi sono confrontato nei maggiori team in Europa, ho vissuto negli Stati Uniti, in Brasile, mi sono allenato nell’Alpha Male e in altre realtà, ed ho visto che il mio livello è tale che potrei affrontare tranquillamente i migliori pesi in Italia. La cosa che un po’ mi blocca è la responsabilità verso ciò che ho costruito, verso i miei ragazzi, visto che per me il mio Team è tutto e senza di esso non sarei qua. Rappresenta tutta la mia vita, e ritengo che un coach debba comportarsi come un bravo padre di famiglia, e non far mancare nulla ai suoi “figli”».

FZ: Sono sette anni che ti dedichi al Family Fight Team e alle MMA: quante difficoltà hai dovuto attraversare per mantenere in piedi la tua “famiglia” e per farla arrivare al punto in cui si trova adesso?

Subotic: «Hai detto bene: sono ben sette anni che mi dedico, giorno e notte weekend inclusi, al Family Fight Team. Come ti dissi nella prima domanda siamo una famiglia, ed è tutta la mia vita. Ti racconto un aneddoto: quando è nata mia figlia, sei ore dopo (neanche il tempo di tenerla e coccolarla in braccio) ero all’angolo a supportare due miei ragazzi che combattevano.
Ripeto, per me loro sono come dei figli, nonostante io sia un allenatore molto giovane, e io cerco con ognuno di loro di essere il buon padre di famiglia che ti dissi.
Puoi immaginare le difficoltà che abbiamo affrontato: sette anni fa ci allenavamo in mezzo ad un parco. Io all’epoca combattevo, feci anche qualche match di MMA da dilettante, ma ho lottato in cinque discipline diverse prima di passare al professionismo. Nasco come karateka, ma ho praticato boxe, kickboxing, grappling, per poi approdare nelle arti marziali miste da dilettante.
All’epoca mi allenavo ed ero diventato un riferimento per la nostra comunità; fu allora che alcuni ragazzi mi chiesero se potessero allenarsi con me. Il fatto era che questi ragazzi non avevano disponibilità economiche e provenivano da contesti difficili, e quando mi hanno paventato il fatto che non potevano corrispondermi una quota, allora risposi loro che mio padre mi aveva insegnato tutto quello che so in maniera totalmente gratuita, ed avrei fatto lo stesso con loro.
Così quei cinque ragazzi che si allenavano al parco sono poi diventati dieci, e poi venti, e ancora sessanta-settanta, sempre in quel parco. Da lì nasce il bisogno di dotarci di una struttura, ma pochi sanno che per anni ci siamo accampati in un posto senza riscaldamento (qui di inverno si scende sotto lo zero), senza docce, umido, un bunker di cemento scomodo. Ma la volontà è stata più forte e siamo stati premiati dalle istituzioni, che ci hanno dato in gestione una struttura. Attualmente rappresentiamo una realtà importante per lo sport in Friuli Venezia Giulia, nonché un punto di riferimento per tanti ragazzi e famiglie in difficoltà».

L’esperienza negli Stati Uniti di Renato Subotic

FZ: L’anno scorso sei andato negli Stati Uniti, a Sacramento, per allenarti tre mesi alla Alpha Male. Questo viaggio ha rappresentato uno spartiacque per quanto riguarda le tue ambizioni riguardo una carriera individuale, che hai messo da parte in favore del tuo team e della tua palestra che segui come coach: l’esperienza americana ti ha reso le idee più chiare sul tuo futuro e le tue priorità?

Subotic: «Si, ho vissuto lì tre mesi e mi sono allenato – mattino, pomeriggio e sera – all’Alpha Male. Un viaggio fondamentale per la mia carriera, sia sportiva che soprattutto per comprendere cosa siano le mixed martial arts. In Italia penso ci siano pochi team che lavorano per le MMA come dovrebbe essere fatto. Il segreto di questa disciplina sono le fasi intermedie (dove noi siamo molto forti come tipo di lavoro ed insegnamento), come la fase a parete, il rialzarsi, la scelta tattica che riguarda ad esempio quando fare un takedown e portare il match a terra… Ritengo che il profilo tattico sia profondamente trascurato, almeno in Italia. Noi invece, ripeto, puntiamo ossessivamente su questo aspetto e sulle fasi intermedie.
Tornando alla mia permanenza a Sacramento, quella esperienza mi è stata utile a chiarirmi ciò in cui andavo bene e dove invece era necessario fare un cambio drastico. Ho fatto amicizia con molti ragazzi del team Alpha Male che ora considero parte della mia famiglia. Sono venuti anche ad allenarsi in Italia, con noi c’è un ragazzo che si chiama Alex Stephens [venticinquenne peso piuma, lo abbiamo visto recentemente al Milano In The Cage 6 dello scorso novembre, ndr] e spesso mi sento con Urijah [Faber, fondatore del team, ndr], che ha una bella considerazione nei miei confronti. Ho lottato con lui e con altri dell’Alpha Male (anche con Cody Garbrandt), che per i pesi leggeri, dai 70 ai 57 kg, rappresenta il miglior team possibile per questa categoria.
Detto in confidenza, all’Alpha Male mi sentivo tra i più forti: riuscivo a mettere in difficoltà fighter UFC, campioni affermati e promesse. Questa è stata la parte più dura della mia decisione – momentanea – di stoppare la mia carriera agonistica: sono andato lì negli States, mi sono allenato con i più forti, ho tenuto loro testa, eppure ho dovuto scegliere, per ora, una strada diversa, ovvero continuare a fare bene l’allenatore. E dopo l’America, si è trattata di una decisione davvero difficile».

FZ: Quindi, al di là di tutto, infortuni compresi, tornerai in gabbia a combattere riprendendo la tua carriera? O si tratta di un capitolo chiuso?

Subotic: «Purtroppo c’è stato un periodo di infortuni piuttosto pesanti, forse perché in tutta la mia carriera sportiva mi sono allenato duramente. Ricordo ancora quando avevo dodici-tredici anni, e prima di andare a scuola andavo a correre: in quei tempi ero nazionale di karate, ed ero tra i top nel ranking europeo della disciplina. Finita scuola andavo ad allenarmi, tre volte al giorno quando avevo tredici-quattordici anni. Purtroppo anche in maniera sbagliata, perché negli anni non mi sono tutelato molto. Invece ai miei ragazzi ho consegnato un pacchetto vincente, mentre io ho fatto tanti errori prima di capire cosa avrebbe funzionato e cosa no. Ho lavorato tanto su cose che non andavano prima di capire che era sbagliato tutto.
Attualmente ho subito un infortunio al ginocchio. Stavo riprendendo ad allenarmi non in maniera preparatoria per un match, ma questo stop mi ha spinto a dedicarmi al Team e a coltivare i risultati che stiamo ottenendo.
Non ti nego il fatto che tornerò in gabbia. Sì, tornerò a combattere».

Il Family Fight Team è il perno della nostra comunità”

FZ: In una intervista al blog di Spirito Guerriero hai dichiarato che circa la metà degli iscritti in palestra non pagano la quota di affiliazione e non hanno mezzi per corrisponderla. In una realtà di provincia come quella di San Canzian d’Isonzo quanto peso può avere il Family Fight Team e le MMA nel sostenere una comunità e soprattutto i suoi giovani?

Subotic: «Metà dei ragazzi che vengono in palestra non possono permettersi neanche il biglietto del bus… Come ti dicevo noi siamo una famiglia, e cerchiamo perciò di aiutare i ragazzi a riprendere la scuola, se ci fosse qualche problema familiare poter aiutare e così via. Io cerco di essere presente sempre, 24 ore su 24: i miei ragazzi sanno che se mi chiamano alla quattro di notte io volo da loro, ed è già successo.
Sono un padre di famiglia di sangue per mia figlia e di spirito con i miei ragazzi.
È mia responsabilità il fatto che tutto vada liscio e che chi viene da contesti sociali difficili non venga messo in un angolo ma vengano seguiti, e possano diventare magari membri produttivi della società. Come è già successo con ragazzi che avevano problemi di tossicodipendenza o di alcol, e che grazie allo sport hanno cambiato totalmente vita, sia nel fisico che nella mentalità. Adesso molti di loro sono dei bravi lavoratori, ottimi padri di famiglia, o ancora sportivi che ottengono risultati brillanti a livello nazionale ed internazionale.
Il Family Fight Team è il perno della nostra comunità, intorno alla nostra palestra ruota molto: qui c’è il riscatto, qui c’è l’aiuto, qui ci si tende la mano. Sì, per la comunità siamo fondamentali. Una volta ci hanno definito scherzosamente il “Daghestan italiano”, e credo sia così. Abbiamo ragazzi minorenni, di quindici-sedici anni, che prima di andare a scuola vengono in palestra e fanno il primo work out».

L’IMMAF è indispensabile per la crescita di un atleta”

FZ: Descrivici la traiettoria ideale di un ragazzo o una ragazza che voglia approdare nel dilettantismo. L’IMMAF è uno step fondamentale per la crescita di una carriera del genere?

Subotic: «Vorrei essere abbastanza chiaro su questo aspetto, un capitolo molto ampio da approfondire: secondo me c’è solo un percorso da seguire. Mi spiego: possono esserci fighters che esordiscono da pro e sono comunque estremamente competitivi, però i tempi sono cambiati. Le MMA si sono evolute in maniera drastica, e il dilettantismo perciò non è solo importante, è fondamentale. L’IMMAF è un ottimo compromesso: un ragazzo, facendo una buona esperienza IMMAF, può approdare al professionismo già con dei canoni tecnici importanti, per non parlare dell’aspetto mentale. I fighter IMMAF che ho in palestra hanno combattuto anche a livello europeo o mondiale, come in Bahrain: in questo modo ti abitui ad eventi importanti, di livello internazionale e di fronte ad una grande mole di pubblico. Fate conto che ai Cage Warriors Academy, dove il mio fighter Emanuele Palumbo ha vinto la cintura CW, c’erano 5.000 spettatori per vedere i dilettanti. Una cosa incredibile. In Italia, 5.000 spettatori non li fai neppure per i professionisti.
Quindi per me l’IMMAF è indispensabile per la crescita di un atleta, soprattutto nel momento attuale nel quale ci troviamo per quanto riguarda la arti marziali miste. Sempre più lottatori che hanno raggiunto risultati importanti in questo settore vanno a finire nelle maggiori promotion, guarda Jack Tank Shore e tanti altri che dall’IMMAF passano direttamente, dalla porta principale, alle promozioni più importanti al mondo. Il loro livello, infatti, è totalmente diverso da un pro che si cimenta subito nella carriera professionistica».

FZ: In Italia a volte chi si approccia alle MMA e combatte qualche match da pro rischia di sentirsi già arrivato e realizzato: è il rischio di un movimento ancora relativamente giovane, se vogliamo ancora fermo all’anno zero, in un’epoca che resta pionieristica per le nostro promotion (non c’è  ancora una che possa svettare sulle altre). Che consiglio daresti ad un fighter che ancora non ha trovato la sua dimensione, ad esempio un pro che combatte da un ottagono all’altro ma che fatica a consacrarsi?

Subotic: «Per me, fare il professionista significa non commettere errori, a partire dalla preparazione. Tanti lottatori si sentono arrivati, un po’ sul modello Conor McGregor, fighter per il quale non condivido molto ma apprezzo comunque quello che ha fatto per le MMA nel mondo (e se parliamo di questo sport è grazie anche a lui: ricordo che mi trovavo in stazione a Milano e vidi lo spot del suo match contro Khabib, il che è stato molto bello). Io penso comunque che tanti vogliano farei i professionisti senza averne la mentalità. Per questo è importante iniziare dalla carriera dilettantistica, che ti prepara mentalmente. E credimi che partecipare ad un Europeo o Mondiale IMMAF spesso è più difficile che affrontare il miglior peso di ogni categoria pro in Italia. Se prendi il campione europeo, neanche mondiale, di categoria IMMAF contro il miglior pro in Italia, quest’ultimo avrebbe del filo da torcere».

Renato Subotic e l’impegno nelle scuole per insegnare le MMA e i loro valori

FZ: La disciplina delle arti marziali miste ha acquisito maggiore popolarità rispetto al passato, ma non è ancora uscita dalla nicchia per raggiungere il grande pubblico. Da coach sei anche un educatore dei tuoi giovani ragazzi che si affacciano al mondo delle MMA: cosa si può fare per convincere le persone che questo sport non è affatto violento e diseducativo, pregiudizio che rappresenta uno dei motivi per cui non è ancora così popolare in Italia?

Subotic: «Le MMA stanno guadagnando popolarità da noi, e questo è un bene perché stanno spuntando palestre come funghi. Io penso che un atleta maturo, cioè maggiorenne e che abbia la capacità di discernere ciò che è giusto e sbagliato, debba tenere conto una massima di Muhammad Ali, ovvero “per diventare campione devi scegliere la palestra giusta” [la frase esatta attribuibile suona così: “I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell’abilità”, ma ci concediamo il dubbio e la licenza letteraria a Renato, ndr]. Aprono tante palestre anche nella nostra zona ultimamente, ma questo depone a nostra favore perché ad un certo punto i lottatori capiscono di trovarsi in un luogo dove il livello è basso e quindi si rivolgono a noi. Poi certo, bisogna capire anche cosa vuole una persona: da noi l’ottanta per cento degli iscritti sono tutti, ma proprio tutti, agonisti, perciò il discorso amatoriale nella nostra palestra non vale.
Cosa si può fare per convincere le persone che questo sport non è né violento né diseducativo? Ecco, penso che nel mio piccolo sto facendo molto per le MMA in Italia, perché insegno il riscatto tramite questo sport. Poi ho preso a cuore un progetto che mi è stato affidato qui in Friuli Venezia Giulia dalla Fondazione Pittini [realtà filantropica, con sede a Trieste, che si propone il sostegno dei giovani per emanciparli e dare loro la possibilità di mettere a frutto il loro potenziale, come si legge sul sito della Fondazione, ndr] e che si chiama “+ Sport a Scuola”: ogni settimana vado nelle scuole pubbliche della regione, in particolare quelle più degradate, per insegnare le MMA, il rispetto e i valori di questa disciplina. Insegno la parte pulita delle arti marziali miste, il confronto con sé stessi, perché come in ogni sport c’è sia una parte pulita che una più negativa, spesso legata allo showbiz. Io sono per una attività sportiva fondata sul lavorare con umiltà, a testa bassa».

Il futuro del Family Fight Team

FZ: Quali sono i prossimi obiettivi del Family Fight Team? Desiderate crescere ulteriormente come realtà – e se sì, come?

Subotic: «Bella domanda.  Il nostro unico obiettivo è crescere, uniti. Credo che in questo sport sia fondamentale condividere: uno dei motivi principali per cui le cose nelle MMA in Italia non vanno bene, a mio avviso, è legato al fatto che si indottrinino le palestre a chiudersi in sé. Noi ci apriamo invece al confronto, visto che quotidianamente fighters da tutta Italia, Europa e resto del mondo (come l’America) vengono da noi per allenarsi, sia per un discorso tecnico che per un legame affettivo. Arti marziali per me significa condividere, e per crescere nel nostro Paese bisogna condividere tra noi team.
Per quanto riguarda il Family Fight Team ci sono molte cose all’orizzonte: abbiamo una stretta collaborazione con Cage Warrior e con altre maggiori promotion europee e mondiali. In più un management americano ha rivolto le sue attenzioni su di noi, e tutti i nostri IMMAF più promettenti passeranno con il nuovo anno a pro e saranno seguiti da questa struttura.  Negli USA il nostro legame è con Alpha Male, ma abbiamo altri contatti aperti in Texas e in varie parti d’America dove manderemo spesso i nostri fighter a fare training camp. Penso che in Italia, per ora, si possa arrivare ad un certo punto: il top è l’estero. Qui l’asticella si è alzata, è vero, ma ci vuole ancora del tempo per migliorare ulteriormente».

Categoria
MMAMMA ITALIANE

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