Arbitraggi e sport da combattimento, tanto da dire

Scrivere un articolo dedicato all’arbitraggio nei nostri sport è molto difficile per una serie di ragioni che capirete leggendo.
Sicuramente quello dell’arbitro è il ruolo più difficile che esista in ogni sport.
Sull’arbitro si riversano tutte le frustrazioni degli atleti, dei coach e, talvolta (anche se negli sport da combattimento è più raro) del pubblico.
Sicuramente l’abitudine di attribuire al giudice di gara le responsabilità di una prestazione scadente da parte di un atleta è deprecabile. Chi dà la colpa all’arbitro difficilmente può capire i propri errori e si pone nella condizione di non migliorare più. Del resto è diseducativo che i vari coach e maestri dicano espressamente ai loro atleti che la colpa è dell’arbitro.
Nel breve periodo in cui ho arbitrato mi sono reso conto delle immense difficoltà che incontra chi riveste questo ruolo.
Quasi sempre il coach dell’atleta sconfitto veniva a lamentarsi da me per miei presunti errori, anche quando la sconfitta era indiscutibile, anche quando svolgevo il ruolo di giudice centrale e non avevo avuto alcuna voce in capitolo sul  verdetto finale. Questo per far capire quanto poco alcuni maestri siano informati sulle regole e le modalità di giudizio della disciplina che insegnano.
Per farla breve: fare l’arbitro è difficile, difficilissimo.
Gli arbitri andrebbero rispettati sempre, anche perché nella maggior parte dei casi si tratta di un qualcosa che si fa per passione e che garantisce un rimborso davvero minimo che non giustifica l’enorme fatica che comporta.
Fatta questa dovuta premessa, occorre fare degli importanti distinguo.
Per quanto gli errori, li commettano tutti e possono commetterli, ovviamente, anche coloro che arbitrano. Occorre ricordarsi che l’arbitro può incidere in modo significativo sulla carriera di un atleta. Un incontro arbitrato male ed un verdetto ingiusto potrebbero scoraggiare anche un possibile futuro campione e indurlo a smettere di combattere.
Per il bene di tutto il movimento chi arbitra deve essere in grado di farlo nel migliore dei modi possibili ed essere assolutamente professionale. Essere professionali significa, banalmente, guardare con attenzione il match. Mi è capitato di vedere arbitri che, durante l’incontro che dovevano giudicare, guardavano da altre parti, si intrattenevano in piacevoli conversazioni con la bella ragazza di turno o controllavano le notifiche sul cellulare. Questi comportamenti dovrebbero essere assolutamente sanzionati dal responsabile degli arbitri.
Essere professionali significa non farsi condizionare da simpatie o antipatie nei confronti di un atleta o di una squadra.
Nel nostro mondo (quello degli sport da combattimento) esistono delle anomalie: la prima è che gli arbitri ricevono il rimborso da colui che organizza l’evento. È l’organizzatore che dà l’incarico e che paga a fine serata la prestazione arbitrale. Questo non accade soltanto in rari eventi istituzionali, ma normalmente è la regola. L’arbitro può avere la tentazione di avvantaggiare gli atleti di colui che lo ha chiamato e pagato? Non so, forse non sempre, forse non consapevolmente, sta di fatto che chi organizza solitamente vince un numero di incontri maggiore di quando porta gli atleti in un evento organizzato da altri.
I fattori condizionanti possono essere altri: il pubblico di casa, il fatto di non aver dovuto affrontare una trasferta e via dicendo. Certo il sospetto che a volte alcuni verdetti possano essere casalinghi viene.
Per quanto riguarda gli incontri e i galà internazionali occorre dire che gli arbitri sono tutti dei paesi ospitanti e in questo caso non voglio fare alcuna ipotesi, ma parlo di esperienza vissuta. Gli atleti della nazione ospitante tendono a vincere sempre. Qui l’anomalia che si verifica è un’altra ancora. Chi organizza il galà internazionale è costretto a spendere un sacco di soldi, oltre alla borsa dell’atleta, deve pagargli il viaggio, il soggiorno in albergo e il vitto. Ovviamente è sempre lui che da l’incarico e che paga gli arbitri. Può accettare di perdere un organizzatore dopo aver speso tutti questi soldi?
Beh ricordo un galà internazionale di qualche anno fa in Inghilterra, in cui l’Inghilterra batté l’Italia 5 a 0, l’Italia perse tutti i match, avevamo dei bei campioni, ma perdemmo ugualmente. L’anno scorso in Francia avevamo quattro atleti e fu 4 a 0. La settimana scorsa in Corsica fu 7 a 0. Che dire i nostri atleti sono delle pippe se paragonati a quelli del resto d’Europa? Il punto è che i francesi e gli inglesi diventano delle pippe quando vengono a combattere in Italia, perché in quel caso i giudizi si invertono drasticamente ed è l’Italia a fare la parte del fenomeno.
Come spiegare questa differenza nei risultati? Gli arbitraggi incideranno in qualche misura? La risposta è ovviamente lapalissiana.
In conclusione gli arbitri vanno rispettati sempre e comunque, perché il loro ruolo è estremamente difficile. Molti coach e atleti si lamentano dell’arbitraggio a prescindere e hanno il coraggio di lamentarsi anche quando la loro sconfitta è netta. Quindi molte lamentele lasciano il tempo che trovano.
Gli arbitri ogni tanto sbagliano e nella maggior parte dei casi lo fanno in buona fede. Ovviamente il  nostro non è un mondo perfetto ed esistono alcuni casi di errori fatti in mala fede. Ne cito uno solo che riguarda noi, per essere obiettivo: ricordo la finale mondiale del k1 worldchampionship tra un atleta della nazionale italiana ed un atleta svedese. Lo svedese aveva stravinto, il nostro atleta rimase in piedi per sbaglio ma il braccio alzato alla fine fu quello dell’italiano, io assistetti a quel match e sinceramente mi vergognai.

Paolo Morelli

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